Quando era bambino il babbo emigrò in Argentina con la sua famiglia, dove rimasero per parecchi anni: mia nonna faceva la cuoca in un grande albergo, mio nonno lavorava come piastrellista. Poi comprarono una panetteria, insieme a un altro valdostano emigrato. Poi, alla morte del mio bisnonno paterno, decisero di tornare in Italia. Era il 1938.

La guerra spazzò via tante cose, in primo luogo i risparmi faticosamente guadagnati in America, ma alcune cose – beni immateriali, ma preziosi – rimasero al babbo: l’apertura mentale che solo chi ha viaggiato in gioventù, conoscendo posti e culture diverse, riesce a formarsi; l’abilità di cucinare l’asado (la carne di manzo cotta sulla brace); il gusto per la yerba mate (una sorta di the aromatico che si beve tradizionalmente in un porongo, recipiente fatto con una zucca, succhiandolo attraverso una bombilla – sorta di cannuccia in metallo); il fascino per la musica sudamericana.

Quando ero piccina un amico di Buenos Aires venne in viaggio in Italia, portandoci in dono un disco della Misa Criolla di Arièl Ramìres. Ricordo che lo ascoltavo a lungo, rapita dalle sonorità che mi parevano bizzarre.

Girovagano per la rete ho trovato questa splendida esecuzione di José Carreras. Mi commuove risentire queste note, tanto legate ai ricordi d’infanzia, e scoprirvi nuove profondità che allora avevo solo sfiorato: in questa musica è racchiusa la storia di un popolo – non oso dire di un continente. Festosa e dolente, è nello stesso tempo profondamente pia e incredibilmente pagana.

Ho un groppo in fondo alla gola ogni volta che l’ascolto.